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Seven Steps: The Complete Columbia Recordings of Miles Davis. 1963-1964 

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Seven Steps: The Complete Columbia Recordings of Miles Davis. 1963-1964

Alla sua scomparsa avvenuta il 28 settembre del 1991 Miles Davis lasciava dietro si sé uno dei più importanti corpus musicali del ventesimo secolo. Aveva scritto le regole del jazz e le aveva rimesse in discussione, instancabile, a più riprese. Oggi è possibile misurare l'ampiezza e la portata della sua opera anche grazie all'ultimo di sette eleganti cofanetti pubblicati dalla Columbia con cadenza annuale. Si è resa così disponibile una considerevole mole di materiale inedito, rimasterizzato e accompagnato da preziose note introduttive, testimonianze dei musicisti e dei protagonisti dell'epoca.

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Un microcosmo in cui perdersi
Uscito nell'ottobre del 2004 Seven steps è un ulteriore tassello della monumentale serie. E' il terzo in ordine cronologico e abbraccia il periodo tra il 1963 e il 1964.
Come i precedenti box anche questo costituisce una sorta di microcosmo nel quale entrare e perdersi. Diversamente dagli altri la presenza di molto materiale dal vivo, invece di disorientare chi ha una lunga consuetudine con i dischi originali, permette di accedere alla musica in una forma più organica.
Gli album ricompresi sono Seven steps to heaven, e i live My Funny Valentine, Four & More, Miles in Europe, Miles in Tokio e Miles in Berlin. Le selezioni presentate sono quarantasette, di cui sette completamente inedite e tre per la prima volta nella loro versione originaria, senza interventi di editing.
Molti gli standard che Miles Davis aveva preso in prestito da Frank Sinatra facendoli propri - My Funny Valentine, I fall in love too easily, Stella by starlight, I thought about you - a quarant'anni di distanza ancora stabilmente nel repertorio di ogni jazzista.


1963 – 1964: un periodo di transizione

Quello fra il 63 e il 64 è un periodo cruciale per Miles dal punto di vista artistico e personale. Nel marzo del 63 si ritrova per la prima volta senza una band: il trombonista J. J. Johnson è il primo a lasciare. Il pianista Winton Kelly e il bassista Paul Chambers formano il loro trio, portandosi via il batterista Jimmy Cobb.
Eppure solo un anno e mezzo dopo, a settembre del 64, con l'arrivo di Wayne Shorter al sax Miles avrà a disposizione uno dei più importanti gruppi jazz di tutti i tempi, il cosiddetto "secondo grande quintetto" con Herbie Hancock (piano), Ron Carter (basso) e Tony Williams (batteria).
Seven steps è il diario fedele in sette cd di questo periodo di transizione. Si apre con l'album omonimo, Seven steps to heaven, esercizio di un curioso strabismo jazzistico realizzato con due line-up: una west-coast a Hollywood, l'altra east-coast a New York. Uno dei lavori meno celebrati e più sorprendenti di Davis. A partire dalla scelta dei brani, con due classici degli anni 20 Baby Won't You Please come home e Basin street blues, in una rarefatta interpretazione ad esorcizzare il confronto inevitabile e difficile con Louis Armstrong.
Seven Steps to heaven è la prima data in studio insieme per Hancock, Carter e Williams, sezione ritmica destinata a entrare nella leggenda, rodata nella sala prove personale di Miles che li ascolta per giorni da casa attraverso un interfono, prima di unirsi a loro.

Tra musica e storia 5
Nel frattempo gli Stati Uniti sono teatro di cambiamenti epocali, di cui la musica non può non risentire. Nel novembre del 63 era stato assassinato John Kennedy al quale Miles dedicherà un set del concerto di febbraio del 64 alla Philarmonic Hall (documentato in My funny e Four, cd 4 e 5), organizzato per sostenere l'iscrizione degli afroamericani nelle liste elettorali.
Miles è in prima linea nella lotta per i diritti umani, senza mezze misure: "quando si parla di diritti umani i bianchi pensano di averne l'esclusiva", dichiara. E senza buonismo, soprattutto se si tratta di tener calma la propria band che non ne vuole sapere di suonare gratis, seppur per una causa nobile.
Tensioni e lacerazioni che affiorano nella musica, eseguita ad un ritmo impossibile, a rotta di collo. Nei pezzi lenti la tromba di Miles si sposta dal registro medio a quello sovracuto (fino al la sopra il do alto), mantenendo un suono scuro, controllato, mai sgraziato.
E' il segno di una maturità finalmente conquistata imprimendo il proprio marchio anche a quel registro che era stato appannaggio di Armstrong e di Gillespie. Il quintetto è catalizzato attorno a lui. Nonostante le dimensioni e l'aura della prestigiosa sede dell'orchestra filarmonica Miles riesce a creare una forte intimità con il pubblico, quasi da jazz club.
Miles vive il momento storico complesso ed esaltante da protagonista. Lo filtra attraverso un punto di vista decisamente privilegiato: frequenta i Kennedy e Bob Dylan, James Baldwin e Leonard Bernstein. Tutto cambia, in fretta. Molti giurano sulla morte del jazz: Archie Shepp, Ornette Coleman, Cecil Taylor ne hanno scardinato la forma melodica con il free jazz. E per di più il pubblico si sta spostando dal jazz al rock, con Elvis, i Beatles, Little Richard, Chuck Berry. Nasce il suono nero della Motown con James Brown e Stevie Wonder. La gente vuole ballare.
Sono istanze con le quali Miles si confronta, prendendole sul serio. Nel concerto alla Philarmonic Hall durante l'assolo di Herbie Hancock su All of you c'è un passaggio spontaneo al rock, e lo stesso accade a luglio nel concerto a Tokio (cd 6) durante l'assolo di Miles su My Funny Valentine. Per ora solo piccole increspature acustiche– il periodo elettrico resta di là da venire.

4Alla ricerca di nuove forme musicali
Del resto Hancock ha appena ventitré anni e il gruppo è alla ricerca continua di nuove forme musicali – si tratti di freebop o d'altro - sotto la spinta propulsiva del talento rivoluzionario di Tony Williams, il batterista addirittura diciassettenne.
Proprio al giovanissimo Williams non va a genio il sassofonista George Coleman, raccomandato a Miles da Coltrane, al punto che spesso dal vivo evita di accompagnarne gli assoli. Lo accusa di essere troppo mainstream e preciso, pesantemente agganciato alla tonalità. A Tokio Coleman sarà sostituito su consiglio di Williams da Sam Rivers, il cui sax tenore ha un sapore più avanguardistico e spiazzante.
Ma è Wayne Shorter, impegnato con Art Blakey, che Miles vuole e lo avrà finalmente a Settembre del 64. Nel concerto di Berlino, sull'ultimo cd del cofanetto, la lettura del repertorio di Miles è portata agli estremi. I brani modali come So What e Milestones dissolti in un puro fremito nervoso, e la band offre anche una lettura notevolissima di Autumn Leaves, reperto di un'ortodossia travolta dal cambiamento.

 

Il pregio del cofanetto è anche questo: offrire in ascolto integrale e in sequenza proprio una fase di evoluzione convulsa. Spesso nota solo attraverso bootleg adesso è finalmente presentata con qualità sonora, missaggio e masterizzazione appropriati.

 Adolfo Marino

  


VERSIONE STAMPABILE